In Concert

Jethro Tull live a Milano, 17/2/2025

Inizia in un Teatro degli Arcimboldi sold-out la nuova tournée europea di Ian Anderson e della sua band, che per chiari e comprensibili motivi (di carattere economico) ha deciso di chiamare Jethro Tull benché abbia poco da spartire con la nota sigla. Soprattutto il nuovo chitarrista Jack Clark, non solo non ha un briciolo della classe dello storico Martin Barre, ma si è rivelato poco duttile e quasi per nulla avvezzo a creare quelle sfumature che le spesso complesse partiture del gruppo richiederebbero, risultando piuttosto monocorde, con assoli e riff quasi hard rock macinati tramite la finezza di un boscaiolo (mentre la sezione ritmica formata da David Goodier e Scott Hammond si è disimpegnata abbastanza bene pur non facendo niente di trascendentale: gli spunti più interessanti si sono raccolti grazie al tastierista John O’Hara).

La serata è stata comunque piacevole e divertente; merito, certamente, delle canzoni suonate, ma soprattutto di Anderson, alla bell’età di quasi 78 anni ancora in grado di tenere la platea in pugno — un consumato animale da palcoscenico — per oltre un’ora e mezza, con il suo istrionismo e la sua ironia decisamente British, nonché una voce ancora integra e, last but not least, l’iconico flauto, ormai diventato un naturale prolungamento del suo braccio destro.

Lo show inizia con una corretta versione della classica My Sunday Feeling, tratta dal disco d’esordio dei Tull, This Was (1968), quando la band era stata in fase iniziale accorpata al filone del British blues; segue We Used To Know, bella rock ballad del ’69 che Anderson dedica simpaticamente agli Eagles, colpevoli a suo giudizio (ma non solo suo) di aver tratto «ispirazione» dalla melodia e dall’assolo di chitarra per scrivere, 7 anni più tardi, Hotel California, la loro signature song. Da Heavy Horses provengono sia la splendida title track (in una riuscita e lunga rilettura) sia la potente Weathercock, ma la roccata Roots To Branches (presa dall’omonimo disco del ‘95) non è una grande canzone.

The Donkey And The Drum è un vivace strumentale, inedito in studio (i nostri la suonano solo on stage da circa 15 anni) e dedicato a uno storico pub di Bristol dallo stesso nome, mentre le recenti Wolf Unchained e Mine Is The Mountain, prelevate dagli ultimi lavori RökFlöte e The Zealot Gene, hanno il suono classico dei Tull ma necessiterebbero di un chitarrista più creativo. Un’ottima e lunga riproposizione della famosa Bourée di Bach chiude la prima parte: mi sarei aspettato almeno un paio di pezzi dall’imminente Curious Ruminant, ma a parte una rapida citazione, da parte di Ian, sulla sua prossima uscita, l’album è stato completamente ignorato.

Invece, nel secondo set, dopo una tesa ed elettrica Farm On The Freeway (una signora canzone, che si presta tra l’altro, come stasera, a essere dilatata in estemporanee jam session) Anderson e compagni hanno proposto altri due pezzi molto rock tra quelli pubblicati negli ultimi anni, The Navigators e Mrs. Tibbets (dedicata non proprio bonariamente a Enola Gay Tibbets, madre del pilota dell’aereo che sganciò la bomba atomica su Hiroshima) e altrettanti, un po’ sorprendentemente, da Stormwatch del ’79, Warm Sporran e Dark Ages (meglio la prima della seconda).

Finale come da copione con la celeberrima Aqualung, dotata di una lunga introduzione strumentale inedita ma alla quale manca del tutto il classico intermezzo acustico centrale, e con la più riuscita Locomotive Breath, che elettrica e potente lo è sempre stata e quindi risulta tra le più trascinanti dello show. In definitiva, un buon concerto e forse una delle ultime occasioni di vedere dal vivo il grande Ian Anderson, ma i musicisti che lo accompagnano, per quanto dignitosi, faccio fatica a chiamarli Jethro Tull.

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