Tutte le foto © Fabio Marchiaro – IG @fabionicotm

In Concert

Idles live a Collegno (TO), 29/6/2024

Vista l’impossibilità di trovare un biglietto, lo scorso marzo, per la loro data di Milano, una buona idea è parsa quella di muoversi verso il Flowers Festival di Collegno, nella cui programmazione figuravano quale piacevole anomalia, a vedere gli Idles, non foss’altro che per testare quanto la piccola rivoluzione messa in atto col loro ultimo, per chi scrive più che buono, ma da alcuni in parte criticato, ultimo album, TANGK, potesse avere ripercussioni anche sul tenore delle loro esibizioni live, da sempre, diciamocelo, la loro dimensione ideale.

Lo dico subito, così mi tolgo il pensiero: la band inglese è parsa nuovamente ottima, potentissima e divertente, e, anzi, è se possibile risultata ancora più efficace, intanto in termini di compattezza sonora, ma poi anche per ciò che concerne la diversificazione delle atmosfere, senza che l’usuale, ruvida violenza punk ne avesse a risentire.

Posto all’interno del bel parco della Certosa Reale, l’area concerti del Flowers è davvero bella e accogliente. Non ci sono gli odiati token, ma non si può certo dire che i prezzi per bere e mangiare siano popolarissimi, ma così è ormai dappertutto, quasi inutile stare a sottolinearlo. Volendo, fuori, prima di entrare, ci sono dei food truck: non che i prezzi siano particolarmente più bassi, ma per farsi del male c’è la possibilità di godersi quantomeno le battute finali della tragicomica sconfitta dell’Italia con la Svizzera.

Non che io sia un grande appassionato di calcio, ma quando alle 22 in punto gli Idles salgono sul palco, ho il sospetto che dell’Italia freghi ormai assai poco un po’ a tutti. L’area è piuttosto piena, non credo ci sia stato il sold out, ma in fondo va bene anche così. L’attacco è atmosferico, con quella Idea 01 che già apriva, con ritmo lento e più synth che chitarre, il nuovo album. È un inizio che funziona, perché poi, a partire da una Colossus come sempre minacciosa, il sound inizia a farsi più martellante e rumoroso, dando a quel primo pezzo il sapore di una vera e propria copertina.

Joe Talbot, capelli biondo/rosa e baffoni, è sempre un frontman parecchio credibile, capace con pochissime movenze di arringare la folla. Non che sia diventato all’improvviso un gran cantante, ma devo dire che anche dal vivo tiene abbastanza in quei pezzi in cui prova ad andare un po’ oltre lo sbraitare più o meno feroce da hooligan, risultando credibile sia nell’utilizzo di scansioni vagamente rappate, che nei passaggi più melodici.

Con quel rullo compressore che è la sezione ritmica formata da Adam Devonshire e Jon Beavis, il motore che tiene in piedi la baracca, i due chitarristi, Mark Bowen (come sempre vestito da donna, anche ai synth) e lo scatenato Lee Kiernan, hanno buon gioco nel mettere in campo i loro tocchi complementari tra loro, tra svisate atonali, riff affilati, grattuggiamenti percussivi e feedback lasciati liberi di saturare l’aria, tutte cose tecnicamente non particolarmente complicate, ma che nell’insieme funzionano veramente benissimo.

Come benissimo funzionano i nuovi pezzi, in particolar modo quelli più debitori di un approccio hip hop, cose come POP POP POP, Dancer o Graditude, graffianti e piacevolmente danzerecce, anche se pure un diversivo come la ballata Roy ha avuto il suo perché.

Per il resto, gli Idles continuano a funzionare sempre per quel loro misto d’impegno, profondità e spirito anthemico, tutte cose che vengono fuori da canzoni manifesto come I’m Scum, praticamente dedicata a loro stessi, l’antifascista Divide & Conquer, la clamorosa Danny Nedelko dedicata agli immigrati “che hanno costruito le nostre società”, la fulminante Rottweiler con tanto di aggiunta della frase “Viva Palestina”, come doverosa testimonianza di avversità nei confronti di ciò che sta avvenendo, tutti tra i momenti migliori di uno show senza cali di tensione.

Momento più folle del concerto, quello in cui Kiernan, intento a suonare in mezzo al pubblico, è stato circondato da un furibondo circle pit, partito su suggerimento di Talbot, al sicuro sul palco. Una roba, a vedersi, davvero pazzesca. Un po’ come tutti questi sempre imperdibili 90 minuti di concerto.

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