
BECOMING LED ZEPPELIN
Regia di Bernard MacMahon
UK/USA, 2025, 121’
Sony Pictures Classics
[nelle sale italiane dal 27 febbraio al 5 marzo, elenco completo delle proiezioni su nexostudios.it]
Se amate i rockumentary, di sicuro non ve lo perderete; se siete amanti del rock, ma odiate i film sull’argomento, dovete invece andare a vederlo assolutamente. Per me, è semplicemente un film perfetto, in quanto centrato solo sulla musica, su come quattro ragazzi di diversa estrazione e dalle predilezioni musicali eterogenee siano stati avvinti, per gradi, dall’amore per il rock che stava sconvolgendo il mondo musicale inglese, fino ad esplodere come Led Zeppelin.
Scopriamo come Jimmy Page (commoventi le immagini in cui lo vediamo entrare negli studi di registrazione con la sua Gibson, chiamata Black Lady) e John Paul Jones (istruito musicalmente dal padre, pianista vaudeville) abbiano fatto una dura gavetta come turnisti di studio, apparendo in quasi tutte le registrazioni dei grandi successi pop made in UK degli anni ‘60 (parteciparono anche alla registrazione della Goldfinger cantata da Shirley Bassey).
Più avventurosi e improvvisati, per contro, i percorsi — anch’essi caratterizzati da un lungo apprendistato — di Robert Plant e di John Bonham: le loro storie vengono narrate con pacatezza e nostalgia dai tre membri superstiti del gruppo (Bonham morì nel 1980 e i suoi ricordi arrivano da un’intervista audio) che ora, con l’aspetto di gentiluomini del rock, rivivono i momenti esaltanti della loro nascita (all’inizio, quando Page prese il post di Jeff Beck, come New Yardbirds) e del primo tour nei paesi scandinavi, certificato di nascita della sigla Led Zeppelin.
Il bello di questo Becoming Led Zeppelin non sono solo le riprese dei concerti o delle session di registrazione (molte inedite, tutte interessanti e di ottima resa sonora), ma il fatto di concentrarsi esclusivamente sulla musica creata e registrata dal quartetto (sotto l’attenta produzione di Page, il più preparato in termini musicali e professionali) nel biennio 1969-1970 (da cui il titolo), nel corso del quale ottennero la fama prima in America e poi in patria (sebbene il trionfale concerto del 1970 alla Royal Albert Hall di Londra li consacrasse definitivamente come next big thing anche lì).
Nel mezzo, l’incisione di Led Zeppelin e Led Zeppelin II, dischi che tuttora costituiscono altrettante pietre miliari nella storia del rock, con la creazione di quei riff ancora risuonanti nel nostro cuore di amanti della musica. Il film si sofferma solo su quest’ultima, senza fortunatamente dare spazio a pettegolezzi, droghe, alcol, groupie e tutto il contorno che insomma si affanna a soffocare i musicisti. Qui, grazie al cielo, c’è solo «il rock» raccontato dai protagonisti e dalle immagini.
Spettacolari i primi usi dell’archetto di Page sull’elettrica e il suo sliding poderoso, al servizio dell’espressività canora di Plant, tutti e due pronti a diventare prototipi mitizzati e archetipici del musicista rock on stage. Il drumming sempre inesorabile e poliritmico di Bonham, con la sua gestualità esagerata, viene più volte sottolineato; sotto le granitiche trame sonore, il basso inesorabile di Jones fa da collante alla band.
Il film è diretto da Bernard MacMahon, nonché co-sceneggiato e prodotto da Allison McGourty: il loro percorso per recuperare i rari filmati con cui costituire l’ossatura di Becoming Led Zeppelin è stato impervio, ma a posteriori ben riuscito. La distribuzione nelle sale italiane è un’esclusiva di Nexo Digital, e avendo l’opera sbancato ai botteghini europei e americani, ci auguriamo possa avvenire la stessa cosa anche qui da noi.